Ieri camminavo per i vicoli. C’era tanta gente nei vicoli ieri, troppa per i miei gusti. Erano le cinque di sabato pomeriggio e c’era brutto tempo, normale che fossimo in tanti. Però camminare in coda, anche se è una coda mobile, non mi piace proprio. A un certo punto mi sono fermata a vedere una vetrina e quando ho ripreso posto nella coda non avevo più davanti tre ragazze con i pantaloni a vita bassissima che camminavano tenendosi per mano ma un bambino di tre anni che camminava con i genitori, la mamma spingeva un passeggino vuoto. Il bambino piangeva tenendosi con la mano al cappotto della mamma e urlava disperato: mamma facciamo pace? La mamma non lo guardava, parlava con il papà. Il discorso, a due voci ché anche il papà ci metteva del suo, era tutto fatto da frasi tipo: Non ne posso più. è un viziato. Ha già la camera piena di giocattoli e non ci gioca mai. Non so che cosa fare. Dove abbiamo sbagliato. Ma abbiamo sbagliato? Pensavo che con l’asilo le cose sarebbero migliorate. Il bambino continuava a piangere e continuava a chiedere: mamma facciamo pace? Io dopo un po’ non riuscivo più a senterli, mi veniva voglia di picchiettare sulla schiena di quella mamma e chiederle se faceva pace con suo figlio. Ma non si può fare una cosa del genere, o forse si può, sono io che non sono capace. Ho provato a superarli. Niente, era impossibile superare, bisognava rimanere in coda, ché i vicoli sono strettti e c’era anche gente che veniva in direzione opposta. Quando ho sentito il papà dire: Magari un fratello e la mamma rispondere: Ci mancherebbe solo quello a completare il quadro ho cercato l’iPod nella borsa ma l’avevo lasciato a casa, allora sono entrata in un forno, mi sono presa un pezzo di focaccia e me lo sono mangiato lì, nel forno. Quando sono uscita non sentivo più il bambino chiedere piangendo: mamma facciamo pace? Avevo in pancia una fetta di focaccia untissima ma buona e un senso di nausea. ‘Sta mattina mentre facevo colazione pensavo: chissà a che ora hanno fatto pace.