Visualizzazione post con etichetta vita vera. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta vita vera. Mostra tutti i post

domenica 19 dicembre 2010

la piccola artigiana



Quest’oggi ho spostato tutto sul tavolo ma l’altra sera era tutto sul divano. Palline di polistirolo di varie dimensioni, nastri, perline, pezzi di stoffa, campanelli, fili, aghi, spilli, pezzi di fil di ferro, bottoni, pigne, gomitoli di lana, nappine delle tende, forbici, metro, posacenere, sigarette. Il pennello in un ex barattolo della marmelleta e la colla vinilica invece erano per terra. E io non mi ero resa conto di quanto velocemente stesse passando il tempo, poi, verso l’una ho sentito: la piccola artigiana viene a dormire?

giovedì 9 dicembre 2010

contenta e confusa

A volte mi succede di incontrare delle frasi che mi piacciono così tanto che poi me le vado a cercare di nuovo, per leggere così come son state scritte (o scritte e tradotte) perché, secondo me, a non ricordarle esattamente si fa loro un torto e metterle giù meglio è difficilissimo se non impossibile. E quando le ritrovo, non ci riesco sempre ché magari l’autore lo ricordo anche ma non mi ricordo più dove le avevo lette, quando le ritrovo son molto contenta.

Non posso negare di aver sempre condotto due esistenze, una assai vicina alla verità, che in effetti ho diritto di chiamare realtà, e un’altra esistenza, un’esistenza fittizia, tutte e due insieme con l’andar del tempo hanno prodotto una esistenza che mi tiene in vita, ora domina l’una ora domina l’altra, ma io vivo sempre, si badi bene, entrambe queste esistenze insieme. (Thomas Bernhard La cantina p-118)

e poi magari succede anche che son lì a fare dei dialoghi tra me e me, a dirmi: ma come ti capisco, ti capisco proprio bene. Però poi, magari, può anche essere che, dal momento che è uno di quei libri che se lo riprendo in mano poi mi viene difficile metterlo giù, vado avanti e trovo:

Parlo un linguaggio che io solo capisco, nessun altro, così come ognuno parla soltanto il proprio linguaggio, e quelli che credono di capire sono degli imbecilli oppure dei ciarlatani. (p- 120)

e ora son confusa, ma son sempre contenta. Contenta e confusa, insieme.

domenica 24 ottobre 2010

un panino con la frittata e un pacco di Gocciole

Il primo suo libro che ho letto è stato Dieci cose che ho fatto ma che non posso crede di aver fatto, però le ho fatte. Son sicura perché scrivo le date di quando leggo un libro sulla prima pagina. Ho appena controllato. Io, Dieci cose che ho fatto ma che non posso crede di aver fatto, però le ho fatte lo trovo un titolo bellissimo, a leggere il libro non si cambia idea, sempre per me, secondo il mio gusto. È difficile non prendere in mano un libro con un titolo del genere, magari non supera la prova della pagina a caso, non tutti abbiamo gli stessi gusti, per fortuna, ma prenderlo in mano? mi sa che anche una persona mediamente curiosa non riesce a lasciarlo lì. Ecco, quello è stato il primo poi ne sono venuti altri, non ho letto proprio tutto tutto quello che ha scritto ma quasi.
La prima volta che l’ho sentito presentare era Accecati dalla luce, eravamo in un bar. Il Nikita, nei vicoli. Quando sono andata io quel libro non l’avevo ancora letto, avevo visto che era uscito mi ero segnata titolo autore e casa editrice e l’avevo lasciato nella mia lista d’attesa. Non sono una patita di Springsteen, avevo paura che non mi piacesse. Ho un gran bel ricordo di quella presentazione, anche la dedica che mi fatto mi è piaciuta molto: A Latte una delle cinque persone del Nikita. E poi la firma, nome e cognome. (Poi invece l’ho letto e si legge benissimo anche da non Springsteeniane). Mi ha ispirato simpatia dal primo istante, non so spiegare perché, e sì che mi sono beccata anche una botta di signora ché non ero ancora abituata, non ne avevo ancora 40, mancava poco ma avevo ancora il mio bel 3 davanti e niente, mi sono presa il mio signora e invece di rimanerci male mi veniva da ridere e pensavo: eh sì hai sette anni meno dei miei, l’età di mio fratello. Signora mi sta giusto anche da un punto di vista linguistico. Quel pomeriggio eravamo in pochi, cinque appunto. Giovedì scorso alla Feltrinelli eravamo in tanti, hanno messo giù anche delle sedie in più, che non ci stavamo.

Venerdì non mi ero portata il gavetto, sono andata al bar a comprarmi un panino. Dieci minuti buoni di fila, c’era mezzo ospedale in coda. Mentre aspettavo il mio turno per fare lo scontrino mi sono messa a ripensare alla presentazione, ai suoi romanzi, facevo anche una mia classifica, cosa difficile, ci sono tanti pari merito. Poi pensavo che il personaggio di Felice del nuovo romanzo mi piace molto, è fatto realmente bene. È vero (non verosimile). È realmente una donna. Io sono un po’ una scassa ca@@i sui personaggi femminili scritti da uomini. La maggior parte delle volte a me sembra che si veda lontano mezzo miglio che quella non è una donna, è quello che un uomo vede di una donna. Ci sono eccezioni naturalmente e poi, a pensarci con calma ci sono almeno due grosse limitazioni a quello che ho scritto: la mia testa e che cosa ho letto io. Rimane sempre il fatto che per me è difficile che ci sia una donna vera come eroina. Tra gli autori miei coetanei (sempre che ho letto, sempre secondo la mia testa e bon ora non lo metto più, perché mi sembra di essere stata abbastanza chiara su questo punto) mi ha stupito molto la protagonista di Stabat Mater. Ecco quella è realmente una donna, io non so come ci sia riuscito ma ha fatto un gran bel lavoro. In quelle pagine non c’è la descrizione di una donna, il racconto di una donna, lì c’è una donna. Un altro libro che mi ha stupito tantissimo, e cambio nazionalità e secolo, è stato La signorina Else. Anche lì l’autore era diventato donna per scrivere così. È una sensazione stranissima, non so se anche un lettore uomo capita di sentire delle differenze così profonde tra quello che a me sembra una donna vista, filtrata da una testa maschile e una donna punto.
Beh per finirla con ‘sta storia dei biscotti, che come al solito mi son persa via per strada, poi, quando è arrivato il mio turno, ho detto: un panino con la frittata e un pacco di Gocciole. (Però se non avete letto Despero non si capisce niente lo stesso e allora se non avete ancora letto Despero, oltre a consigliarvi di leggerlo, se siete arrivati fin qua leggete anche il commento)

mercoledì 12 maggio 2010

esse minuscola


Mamma di Latte: e tu come stai?
Latte: bene, grazie. Oggi sono andata a lavorare tardi chè alle dieci avevo il controllo dei nei, tutto a posto. [Mamma di Latte: son contenta (lo dice parlandone sopra)]. Mi sono lasciata poco da fare per oggi, ho approfittato della giornata monca per leggere degli articoli che avevo scaricato da una settimana ma che non avevo ancora avuto tempo di guardare bene. Molto interessanti. Leggendoli mi sono sentita ignorante come una scarpa, ma poi è andata meglio.
Mamma di Latte: oh, piano con gli insulti.
Latte: non sto insultando nessuno la esse era minuscola.
Mamma di Latte: sarà la linea disturbata, mi sembrava maiuscola.
Latte: no no minuscola. Giurin giretto e croce sul cuore.
Mamma di Latte: ti credo anche senza giurin giretto.
Latte: senti, dato che siamo in argomento sto leggendo La vita, non il mondo del tuo cognonimo concittadino. E tu che cosa stai leggendo?

sabato 3 aprile 2010

pesce Sogno

oggi mi sono successe molte cose belle
ho fatto la zia per quasi tutta la giornata
sono stata a Monterosso e non ci andavo da almeno undici anni (anche se è a un’ora di treno)
ho mangiato delle acciughe fritte buonissime
ho giocato a: è arrivato un bastimento carico di l… (e non ci giocavo da una vita)
ho ricevuto molti regali: un sasso-lavagna con disegnato sopra, fatto con un pastello-pezzo-di-mattone, il mio ritratto e il mio nome scritto giusto nonostante ci sia un'acca muta (io ho anche un altro nome, mica solo Latte), una crema mani alla calendula, due disegni fatti, a biro, sulla carta dei grissini
ho imparato una poesia che, sempre che l’abbia imparata davvero, fa: Pipistrello, pipistrello / ti pare bello / fare la pipì dentro l’ombrello?
sono stata battuta al gioco delle parole da una bambina di prima elementare (lei ha risposto alla domanda: come si chiama la foglia della vite? mentre io mi stavo ancora domandando in quale parte del cervello si era nascosta la risposta giusta)

Poi sul treno del ritorno stavamo leggendo una storia che c’era su un giornalino. Era una storia con una bambina sirena che a un certo punto incontrava il pesce Sogno. Sogno è un pesce speciale e può esaudire un desiderio. Le ho chiesto che cosa avrebbe chiesto lei a pesce Sogno e lei mi ha risposto subito, senza star lì tanto a pensarci su, che avrebbe voluto essere un po’ magica. E poi mi ha spiegato: Cose come avere una matita magica che se non hai voglia di fare i compiti li fa al tuo posto. Cose così, un po’ magiche.
Io continuo a pensarci, anche ora ci sto pensando, ma non so proprio cosa scegliere. Che cosa chiederei io al pesce Sogno?

sabato 20 marzo 2010

poi mi sono svegliata

Oggi ho sognato che ero vecchia, vivevo a Venezia nella casa dove è nata mia mamma e ero felice. Avevo cinque gatti nel sogno, e dopo aver dato loro da mangiare andavo a far la spesa al mercato di Rialto poi tornavo a casa, sistemavo quello che avevo comprato, prendevo un libro e andavo ai giardini di S Elena a leggere, su una panchina, sotto un glicine. E ero felice, tanto, felice dentro. Poi mi sono svegliata.

domenica 14 marzo 2010

appese

Ieri sono andata al cinema a vedere Genitori e figli. Agitare bene prima dell’uso. Carino. Sono proprio contenta di essere andata a vederlo che avevo delle lacrime appese e adesso non ci sono più. Ci sono dei giorni che mi capita di avere le lacrime appese e non c’è nessun motivo serio per averle, però son lì. Non posso (e non voglio) neppure smettere di sentire quello che sento e quello che sentivo era la sensazione di avere le lacrime appese. E non tornavano indietro, e non scendevano. Stavan là. Appese. E ‘sta mattina mentre stiravo mi è tornato in mente che una volta, avrò avuto quattordici quindici anni, avevo visto un film triste in televisione, e avevo pianto e mia mamma, vedendo che avevo pianto, mi aveva domandato che cosa del film mi aveva fatto piangere. Io le avevo risposto che non era solo il film, era che avevo voglia di piangere e non ci riuscivo ma con il film ci ero riuscita, e lei mi aveva sorriso. E poi alla domanda che mi si leggeva in faccia, e che non facevo, mi aveva detto: Non ti preoccupare, siamo in tante a cercare una scusa. I film funzionano. E subito dopo questo ricordo mi è venuta in mente una frase di Roth (Giuseppe non Filippo) che ho trovato all’inizio di un libro, una frase e che mi era piaciuta molto. Per degli anni (non sempre, ogni tanto) mi sono domandata da dove veniva quella frase e poi, non so bene dove ho trovato il coraggio, io l’ho domandato a quello scrittore da che romanzo di Roth aveva preso quella frase e dal momento che lui è una persona molto gentile me l’ha detto. Quel libro di Roth poi l’ho letto e avrei scommesso che fosse una frase detta da una donna e invece no, l’aveva detta un uomo.

(la scena del film era quella dove Nina si fa firmare la maglietta dalla Nannini e per la dedica dà il nome di sua mamma; secondo me nessuno piange a quella scena a meno che non abbia delle lacrime appese)

domenica 14 febbraio 2010

se l'acqua avesse un odore

I vestiti di Scaravelli detto Moscardino del resto eran bellissimi, una canottiera celeste una camicia celeste delle mutande bianche e dei pantaloni panna, con una giacchetta panna anche lei, secondo me un po’ corta, ma con delle bande sottili blu ai bordi e una coccarda rossa bellissima sul petto a sinistra, un cravattino giallo polenta alla gola; e a parte la lunghezza o la cortezza dei pantaloni o della giacca, era del tempo che non mi mettevo su dei vestiti che anche da lavati non sapevano di fosso o di fognatura o polvere santificante.
I vestiti di Scaravelli avevano un profumo per così dire senza nessun odore, neanche di sapone, si poteva dire che sapevano di acqua se l’acqua avesse un odore: non profumavano neanche di tessuto, tanto per dire: li mettevi sotto il naso ed era come mettere sotto il naso niente.

Dioblù Paolo Colagrande pag.153

L’ho letto ieri pomeriggio e arrivata lì mi sono fermata perché quell’odore non lo capivo, non riuscivo a sentirlo, poi sono andata avanti ché quel libro mi sta piacendo molto. Oggi siamo stati a trovare degli amici a Gavi, quando sono scesa dalla macchina nevicava e respirando quell’aria l’ho annusato. È quello quell’odore. Non so se sia quello che pensava lui mentre scriveva quelle righe ma nella mia testa è quello e l’ho trovato alle dodici e venti di questa mattina, appena scesa dalla macchina respirando sotto la neve che c’era oggi a Gavi, un po’ fuori Gavi, ma di poco, a voler essere precisi.