mercoledì 29 febbraio 2012

onnivora

Sono giunta alla conclusione che sono onnivora. E che, anche se ho le mie preferenze (come è normale che sia), spesso mi vien voglia di provare. E che è bello provare perché solo provando ho la possibilità di conoscere qualcosa di diverso, magari qualcosa di molto buono, qualcosa che poi mi vien voglia di riassaggiare. Lo ammetto: ci sono anche delle cose che non mangio per pregiudizio, che so? non mangerei delle cavallette, se qualcuno mi offrisse delle cavallette non penso che le assaggerei, neppure se fossero fritte. Ci sono cose che ho provato e che non mi piacciono, che ho fatto fatica a finire, ma che sforzandomi ho finito perché se da bambina ti ritrovi il minestrone che non hai finito a cena la mattina dopo a colazione poi da grande hai dei problemi a lasciar della roba nel piatto. E poi succede che, mangia oggi, mangia domani, mi son fatta delle idee su che cosa mi piace. Io penso di essere una mangiatrice di secondi anche se poi mangio più spesso primi. È difficile trovare dei secondi veramente buoni ma è tra i secondi che ci sono i miei piatti preferiti. Questo non vuol dire che i pansoti con la salsa di noci non mi piacciano, mi piacciono moltissimo. E non c’è niente di male a dire che il branzino al sale è buonissimo e che potrei fare indigestione di sacher. Non è un contro senso. Sono due cose diversissime eppure sono tutte e due molto buone, almeno io le trovo molto buone. E poi ci sono delle cose che mi piacciono solo se le cucina qualcuno, se le mangio fatte da altri o se le provo a fare io mi sembrano solo delle imitazioni dell’originale. Lo strudel di mia mamma per esempio è qualcosa di così buono che son dell’idea che se uno ha la fortuna di assaggiarlo poi gli altri strudel non reggono. E ci sono ristoranti dove so che qualsiasi cosa mangio mi piacerà e se non sarà così quella volta rimarrà un caso così isolato che mi renderà quel posto ancora più simpatico e quel cuoco più umano. E poi ci sono persone che mi conoscono, hanno idea dei mei gusti e mi consigliano dei piatti, e sarà facile trovare dei piatti buoni tra quelli consigliati.
Ecco, con i libri uguale.

lunedì 27 febbraio 2012

un ricordo



Vedendo una foto è tornato un ricordo. Siam ben fatti strani, son ben fatta strana.

C’è stato un periodo, breve, meno di un anno, che ho pensato di fare l’etologa. Era successo dopo che ero andata a sentire un seminario di un etologo italiano. Avevo letto i sui articoli, uscivano sull’Espresso, mi sembra che si chiamasse Zoo aperto quella rubrica, e forse è anche uscito libro che li raccoglie, non son sicura, dovrei controllare ma non ne ho voglia. Avevo preso la bicicletta, vivevo a Pavia in quel periodo, ed ero andata a sentirlo. Era stato molto bello, mi piaceva il modo che aveva (e che penso abbia ancora) di ragionare, di farsi delle domande e trovare dei possibili modi per trovare le risposte. Mi ricordo che tra le domande che si era posto ce ne era una che mi divertiva: i topolini imparano ad aprire i barattoli svitando il tappo con le due zampette anteriori perché lo vedono fare dalle loro mamme o ci sono topini che geneticamente sono predisposti per risolvere quel problema, abbattere il barattolo, spingerlo contro un muro e svitarlo? Mi sembrava che sarebbe stato un bel lavoro. Mi piaceva quel misto di genetica e apprendimento che stava alla base delle sue domande. Poi niente, a quel dottorato entravano quattro persone all’anno, sapevo che non ce l’avrei mai fatta, non ci ho nemmeno provato.

domenica 26 febbraio 2012

in vacanza, quasi



Venerdì in via Sanvi ho visto un gruppetto di ragazzini, erano in cinque, due non stavano bene in piedi, ridevano, urlavano. Camminavano nella direzione opposta alla mia. Stavo per entrare in un negozio di pasta fresca quando ho ricevuto un pugno su un braccio. Non me l’aspettavo, vederli li avevo visti ma non pensavo che menassero. Ho barcollato ma non sono caduta, mi sono voltata e gli urlato un Ma sei deficiente? Lui rideva, gli altri lo applaudivano. Quello che mi ha fatto più male è stato vedere che nessuno diceva niente. C’era gente, non erano neppure le sette, proprio vicino a me c'era una coppia, mi pare impossibile che non abbiano visto. Son due giorni che quando ci penso mi monta il nervoso. Ieri ci pensavo di più, oggi meno. Quando ‘sta mattina sul tardi, ché prima mi son finita Un ragazzo e una colomba e poi ho stirato due pezzetti, sono andata a lavarmi ho visto il livido e mi è salito il nervoso. Basta Latte, ho detto alla Latte nello specchio, gli hai già dato troppo peso a ‘sta cosa, va a farti un giro. Così sono uscita e mi sono comprata un mazzo di tulipani arancione, bellissimi, e in piazza Matteotti mi sono seduta a un tavolino a bere un bicchiere di Pigato. Me ne sono stata lì al sole, a vedere il retro di San Lorenzo. A sentire tre che suonavano, uno il violino, uno la chitarra e uno il contrabbasso. Si stava benissimo. Sembrava di essere in vacanza. Poi quando son tornata era tornato anche Daniele dalla sua corsa. Dopo pranzo mi sono letta La morte di Ivan Il’ic e alle cinque mi è venuta voglia di mettere su il ragù. Tra poco lo spengo. Quelli passati così, sabato a pulir casa, sabato sera al cinema e la domenica a far quello che mi pare sono i fine settimana che preferisco. Che bello sarebbe far la casalinga ricca. Va be’, domani si lavora, ma per domani sera c’è già mezza cena pronta.

giovedì 23 febbraio 2012

non solo sottrazioni

Ci sono dei test nelle scuole elementari moderne che ai miei tempi non c’erano. Tanto tempo fa, quando ero nanetta io, in seconda elementare c’era l’esame per passare in terza, adesso in seconda si fa ‘sto test. Io non lo sapevo, oggi me lo ha raccontato una collega e mi ha anche spiegato che poi ne fanno uno in quinta e uno in terza media ma che solo quello che c’è in terza media ha valore scolastico, fa media con quello di fine medie. Quelli delle elementari non hanno valore per lo studente, servono solo a capire come vanno le scuole in giro per il nostro stato. E allora ‘sta sera mi son detta: ma guardiamo un po’ come sono e li ho cercati. Ho scaricato e mi sono messa a leggerli. Io non so, ma a me alcune delle domande dei test per la seconda sembran difficili, sono nanetti in seconda. Poi ho pensato che mia nipote, che è in terza, fa informatica a scuola e sa già aprire e chiudere file word, salvarli e dar loro un nome, ritrovarli. Son diversi i nanetti di adesso. Comunque c’era, nel test che ho letto, questo problema.
Tre bambini cercano di indovinare quante palline ci sono in un sacchetto come quello che vedi qui sotto (e poi sotto c’era il disegno del sacchetto) più sotto ancora c'erano le facce di tre bambini e ognuno aveva un fumetto con scritto dentro quante palline pensano ci fossero nel sacchetto. Una bambina, che scopro si chiama Anna, dice 39, una che si chiama Moira dice 41 e uno, Giovanni, 51. Poi più sotto ancora c’era scritto: aprono il sacchetto e vedono che ci sono 47 palline. Poi c’era la domanda: chi è andato più vicino al numero di palline che c’è nel sacchetto?
Io non so, sarà che non frequento nanetti, ma a me per la seconda elementare sembra difficile.

mercoledì 22 febbraio 2012

che mettono di buon umore

Era una donna bella e giovane. Non quel tipo di bellezza che ti mozza il fiato in gola e nemmeno di quel tipo che ti fa tremare le ginocchia, ma certamente una bellezza di quelle che mettono di buon umore.

Il ragazzo e la colomba – Meir Shalev – pag. 227

lunedì 20 febbraio 2012

un dialogo

Sull’autobus, proprio dove ero seduta, c’era un finestrino che non si chiudeva bene. Ci abbiamo provato in due ma non c’era niente da fare, rimaneva un po’ aperto. Da lì veniva uno spiffero freddo, e pensare che oggi non faceva freddo, chissà perché era così freddo quel getto che mi arrivava addosso, sul collo. Non avevo voglia di alzarmi per allontanarmi, volevo rimaner seduta e così mi sono stratta la sciarpa e bon, sono rimasta lì. E una parte della mia testa diceva: Aria di fessura, manda in sepoltura e l’altra rispondeva: Eh, speriamo di no.

domenica 19 febbraio 2012

come un filmino

Stavo stirando ed mi è tornata su una scena, pescata da qualche parte nel fondo della memoria. C’era mia mamma che stirava e io e mia sorella al tavolo lì vicino a fare i compiti. Era un’immagine, no, non un’immagine perché c’era del movimento, era come un pezzetto di un filmino, un filmino mai girato; era una sensazione stranissima perché era come se vedessi la scena non con i miei occhi, quelli mei di quell’età, ma da fuori. Vedevo mia mamma che faceva quei gesti bellissimi, aveva in una mano una conchetta di plastica arancione con dell’acqua e con l’altra, con la destra, spargeva gocce d’acqua sulle camicie di mio papà e poi le piegava. E la me bambina la guardava e lei sentendosi guardata mi spiegava, mi diceva: Prima di stirarle bisogna bagnarle e aspettare che l’acqua vada per tutta la camicia. Faceva sempre così, bagnava le camicie, le piegava, e mentre aspettava che l’acqua camminasse lungo le camice stirava altra roba. Roba che non doveva essere bagnata prima. Oggi, mentre stiravo, pensavo che io quel gesto ho avuto la fortuna di vederlo tante volte anche se non ho fatto in tempo ad impararlo. E chi è nato dopo di me, qualche anno dopo mica tanti, quando ormai nelle case era entrato il ferro a vapore non l’ha mai visto. Non ha mai visto le mamme che sanno fare la pioggia per le camicie.